L’Uomo Gattuso: rispetto e Milan, prima di ogni cosa

Il 28 maggio 2003 conquistava la Champions League a Manchester: 16 anni dopo, da allenatore della squadra dei suoi sogni, lascia nuovamente casa. Chiudendo un’avventura “indimenticabile” con uno splendido gesto di classe.

Immaginandolo in questo momento, nella sua natura da apparente duro dal cuore d’oro, sarebbe fin troppo semplice coglierne uno sguardo dagli occhi lucidi. Giornata uggiosa di fine maggio e un flash che torna subito alla mente: mica ce lo si scorda quel saluto post Milan-Novara. O no, Rino?

Scenari diversi, emozioni simili. Prima una carriera da calciatore verso il tramonto, chiusa nella tranquillità svizzera di Sion dove, abituato al livello top degli anni rossoneri, fece inizialmente fatica ad adattarsi; oggi una parabola in ascesa, seduto su una panchina, viaggiando in un sogno interrotto all’improvviso, puntando la sveglia. Di nuovo addio, capitolo II: Gattuso lascia ancora casa, dove desiderava arrivare sin da piccolo. E lo fa da grande, Uomo prima di ogni cosa, senza ripensamenti o attimi da “recluso” nella sala trofei milanista: non un’offerta ricevuta, come quella del Bayern nel lontano 2008, a farne vacillare convinzioni e a spingerlo alla “vergogna” provata e ammessa nel ricredersi; più semplicemente, la consapevolezza di sapersi fare da parte, di fronte ad idee non condivise, al di là di ogni questione di cuore.

Ha sognato, Rino, e a lungo. Defibrillatore per un gruppo senza cenni di vita, ricompattato e spinto alla finale di Coppa Italia e in Europa League: uomo dell’obiettivo Champions semi-nascosto, pur parzialmente dichiarato, sfumato per troppi rimpianti lasciati per strada. È cresciuto con il suo Milan, Gattuso, oltre ogni critica giusta, ingiusta o esagerata, da aspiratore di responsabilità extra e padre calcistico di ragazzi in confusione sul prato di San Siro: Çalhanoglu a Bakayoko gli esempi principali, trasformati da bambole voodoo oggetto di sfogo del pubblico a giocatori semi inamovibili per il suo undici. Gente che ha potuto palleggiare con il suo cuore, al centro di uno spogliatoio unito, in un credo portato avanti fino all’ultimo giorno: uno scenario contrario, dopotutto, non sarebbe stato da lui.

La passione come ingrediente principale della sua ricetta pallonara, in cui da Ringhio tutto grinta e legna è diventato, semplicemente, Rino. Diminutivo di un animo grande, finito per maturare caratterialmente e razionalmente anno dopo anno, controllando gli eccessi di una vita da mezz’ala spesa sul filo del rasoio: quello che non usa ormai da tempo e con rammarico, con la “sbarbata” che sarebbe stato disposto a mettere in pratica in caso di 3° o 4° posto raggiunto, e che lo riporta dritto ai primi tempi a Milanello. Dove gli scappellotti di Costacurta, in caso di mancata pulizia perfetta del lavandino, figuravano come il benvenuto nel mondo dei grandi: scene e personaggi che non esistono più, in un ambiente rossonero ormai alla perenne ricerca della definitiva rinascita.

In questo Milan, improntato verso una rivoluzione dei giovani presto promossa da Gazidis, Gattuso non ha più trovato le condizioni per proseguire. Senza alcun tipo di presunzione, umilmente: “scelta sofferta, ma ponderata”. Perchè se la curiosità nello scovare e puntare talenti è benzina nel motore della conoscenza e del futuro calcistico, Rino sa quanto la presenza di esperienza resti elemento fondamentale per la crescita degli stessi. Si è commosso per l’addio di Abate, totem da vecchia guardia insieme a Zapata, lasciando intendere quanto un rinnovo sarebbe stata la soluzione corretta per garantire un briciolo di continuità: ha salutato, insieme a loro e a Leonardo, per dare spazio a un nuovo corso da far ripartire dal giorno 0. Stremato mentalmente, per amore della sua realtà sportiva, e consapevole di aver dato tutto.

Realtà che lascia spazio, ancora, all’immaginazione: per Gennaro Ivan Gattuso trattasi di arrivederci, non addio. Ufficializzato in una data che non dimenticherà mai, per forza di cose, incisa sull’avambraccio in una parola (“Champions”) che gli ha cambiato pelle e vita: da un 28 maggio all’altro, 16 anni dopo, gli occhi tornano lucidi, per motivi differenti. Togliendosi ancora una divisa che non avrebbe mai lasciato, neppure nel servire pastasciutta a Nesta dopo ore di emozioni nella finale di Manchester, e correndo via, per non rischiare di lasciarsi travolgere da emozioni e passioni troppo grandi nel guardarsi indietro. 

Un “cinque” a tutti, come ad ogni giornalista presente in conferenza stampa, toccando con mano un rispetto guadagnato nell’essere, semplicemente, se stesso: dallo sprint post rigore decisivo di Romagnoli contro la Lazio al metaforico nonno dalle tre palle, come un flipper. Prima di dire, come avrebbe fatto lui, “Ciao, ragazzi: priorità all’AC Milan”. Anche quando tocca riordinare e ripulire la scrivania piena di carte a Milanello, lasciando un solo foglio firmato sul tavolo: “Rinuncio a due anni di contratto (barattati con gli stipendi per il suo intero staff, ndr): la mia storia col Milan non potrà mai essere una questione di soldi”. Roba da eterno simbolo: 8 ribaltato, in orizzontale. Segno di un legame dall’amore infinito.


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