“La coca, le bugie, gli errori”. Le verità di Pagotto, dal Camp Nou alla fabbrica

Due squalifiche per doping, dieci anni fuori dal calcio. “Una sola volta ero colpevole”. Da eroe nella notte di Barcellona a una notte che sembrava infinita. Oggi Pagotto ricomincia. Fra un lavoro da magazziniere e una nuova avventura nel calcio

Pochi secondi per sentirsi meno solo. La voglia di evadere e di essere uno del gruppo. Nel gruppo sbagliato, “fra ragazzi che giravano con le pistole e mi facevano sentire uno di famiglia. Sono stato un c…ione. E pagherò quei secondi tutta la vita”.

Angelo Pagotto oggi ha 45 anni e la forza di parlare di un errore commesso. Nel 2015 ha finito di scontare gli otto anni di squalifica per una sniffata di cocaina quando giocava (poco) a Crotone. Beccato per la seconda volta, ma “la prima quand’ero a Perugia ero innocente e vi spiegherò perché”. Il passato verrà dopo. Questo racconto comincia dal presente di un portiere che ha gettato i guanti e cambiato divisa.

Poteva essere su una spiaggia a godersi i soldi guadagnati in carriera. E invece ogni mattina deve alzarsi presto per andare al lavoro. Prato, settore tessile, magazziniere di un’azienda di vestiti“Questa è la mia vita oggi. Sette ore al giorno. Non mi spaventa, ringrazio mia sorella che mi ha trovato quest’impiego. Da quando ho dovuto smettere col calcio, mi sono rimboccato le maniche. Ho fatto il cuoco, il pizzaiolo, sono andato in Germania. Ho lavorato di giorno e di notte, lavando piatti e riprendendo in mano la mia vita. Sono ancora in piedi”.

Pagotto, un calcio al passato: “Ricomincio da Lucca”

Un calcio al passato senza mettere il calcio nel passato. Perché il richiamo del campo è più forte della solitudine provata. Perché “se nessuno mi ha cercato è stato anche colpa del mio carattere. Ho sempre preferito rinchiudermi e non costruire rapporti falsi”. Non importa quanto tempo è trascorso. Alle porte c’è un nuovo inizio. “Mi ha chiamato la Lucchese. Da questa settimana inizio a collaborare con loro. Farò il preparatore dei portieri. So benissimo che stanno fallendo e non c’è un centesimo, ma per me è una gioia impagabile. Torno ad assaporare il campo, toglierò ore al mio lavoro, ma è un investimento su me stesso. Vorrei che il calcio tornasse a essere la mia professione. Ne ho bisogno, è sempre stata la mia vita”

L’emozione di un bambino e la consapevolezza di un uomo. Un salto indietro di trent’anni, quando il pallone non portava niente in banca. Quando tutto era ancora possibile. Le compagnie sbagliate gli hanno rovinato la carriera, l’isolamento non l’ha mai aiutato. Sensibilità e timidezza, due facce di una moneta troppo spesso caduta dal lato sbagliato. “Ho tradito me stesso e chi credeva in me: mia mamma mi ha creduto sempre. Poi dopo quel maledetto errore del 2007 è stato tutto più difficile anche con lei”. La voce di Angelo si alza e si abbassa. È un valzer fra orgoglio e riflessione, con un quaderno degli errori sempre aperto alle spalle e un album dei ricordi da risfogliare per sentirsi vivo.

Sei campionati vinti, cinque ai rigori. In quei momenti la sensibilità era il suo punto di forza. “Cercavo di capire chi avevo davanti. Entravo in empatia e facevo i miei ragionamenti psicologici. Sui singoli rigori è più difficile, ma su una serie mi sentivo sempre più sicuro. E andava quasi sempre bene”.

“La notte al Camp Nou, la scelta del Milan”. Pagotto tra gioie e dolori

Un titolo allievi con il Napoli, due promozioni dalla C alla B con Pistoiese e Triestina, una dalla B alla A con il Perugia e soprattutto un titolo europeo con l’under 21 nel maggio del ’96: 120 minuti eroici a Barcellona contro la Spagna in 9 contro 11 e due rigori parati a De la Peña e Raul nella lotteria finale. “Ancora oggi faccio fatica a credere di aver vissuto quel momento”Eppure è successo: eroe di un gruppo con Totti e Nesta, titolare davanti a Buffon.

La prima stagione di serie A alle spalle con la Sampdoria, la prospettiva di un grande club davanti. La prima pagina del diario degli errori. “Mi chiamò il Milan. Avrei dovuto capire che era troppo presto per fare quel passo. L’anno prima avevo avuto la forza di rifiutare la chiamata di Moggi alla Juve, quell’estate invece ascoltai i consigli del mio procuratore. Fu un disastro”.Bianco o nero, eroe o capro espiatorio. Il suo percorso non ha conosciuto vie di mezzo. “Feci panchina per mesi, poi Sacchi – subentrato al posto di Tabarez – mi diede una possibilità viste le incertezze di Rossi. All’inizio andò bene, poi tornai a sedere dopo una sconfitta contro il Parma”. Poi contro la Sampdoria ecco il patatrac. “Il destino mi punì”.  Uno stop sbagliato su un retropassaggio e un gol regalato ai vecchi compagni. San Siro lo fischia, Angelo si perde“Non ero pronto per quel contesto. Avevo bisogno di un clima familiare per rendere, come quelli di Pistoia e di Genova”.

L’anno successivo inizia male a Empoli, per finire in gloria a Perugia. Promozione ai rigori contro il Torino, una serie A ritrovata sul campo. Per poco, purtroppo. “Alla prima partita del campionato perdemmo 4-3 in casa con la Juventus. Pioveva a dirotto, sia io che Peruzzi commettemmo degli errori. Alla fine il presidente Gaucci disse che mi ero venduto la partita. Alessandro Moggi era il mio procuratore, nella sua testa avevo fatto un favore al padre. Mise in mezzo anche Tovalieri. Chiese a Castagner di escluderci. E il mister lo assecondò”. Qualche altra fugace apparizione, poi l’esilio a Reggio Emilia in B da febbraio, mentre “il Milan vinceva lo scudetto a Perugia con le parate di Abbiati. Al cui posto avrei dovuto essere io, se in estate non avessi chiesto al Milan di liberarmi. Strana la vita eh?”.

Prandelli: “Mi cercava la Juve, tradito dai Della Valle. E con la Roma…”

La vittoria contro la Juventus con il suo Genoa è stata l’ultima di tante imprese, dopo la Champions League con la Fiorentina e i tanti bei ricordi lasciati nelle piazza in cui ha lavorato. Dalla Roma di Totti alla sua Nazionale, quella che avrebbe dovuto segnare la rinascita azzurra nel segno della pazza coppia composta da Balotelli e Cassano, Cesare Prandelli ha ripercorso le tappe della sua carriera in un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport. Di seguito, le sue dichiarazioni:

“Quando ero alla Fiorentina, dopo quattro qualificazioni consecutive in Champions League, mi sentii tradito. Mi dissero che avevano necessità di cambiare e che io, allenatore ambizioso, potevo andare dove volevo. Il giorno dopo Della Valle disse ai giornali che io volevo andare alla Juventus, in realtà l’interesse dei bianconeri c’era ma era la Viola ad avere fretta di tesserare Mihajlovic. Così, per rispetto della città, rinunciai all’anno di contratto che mi restava, poi chiamai Bettega e gli dissi che, per laJuve, non se ne sarebbe fatto più niente”

Da lì, l’opportunità di allenare la Nazionale“Cominciammo con l’Europeo,mai avremmo immaginato di arrivare in finale. Quando battemmo la Germania, arrivammo al nostro albergo che era più o meno l’alba. I polacchi ci accolsero come degli eroi, dalle loro parti non sono ben visti i tedeschi. Peccato per la finale, la Spagna andava a mille e io, dopo appena un allenamento, chiesi ai miei se si sentivano in forma. Tutti mi dissero di stare bene e io mi fidati, ma in quattro erano acciaccati e la Spagna andava a mille”

Balotelli e Cassano insieme? A me quelli fuori dagli schemi sono sempre piaciuti, e poi in Nazionale hanno troppi pochi giorni a disposizione per fare danni. Con Antonio a cena tutta la vita, non è mai banale. Certo, nella quotidianità, gli manca il senso del limite, è difficle da gestire. Cassano ha un codice d’onore, se ti stringe la mano non ti tradisce più. Quanto alla reazione degli altri, c’era il gruppo-Juve che dal punto di vista della condotta era molto selettivo. Ad Antonio, però, riconosco sempre la grande sincerità con cui si presentava nello spogliatoio, parlando sempre senza bisogno di lasciare intervista”

Quanto a Mario, “la sua sfortuna è che il personaggio è sempre prevalso, negli anni, sulla sua persona. In più, lui è uno che si accontenta. Resterà sempre uno a cui non manca nulla, con potenzialità enormi”.

Rimpianti? La Juve e la Roma, ma più la Roma. Lasciai tutto perché mia moglie non voleva curarsi nella Capitale, i giornali scrissero anche che avevo litigato con Totti. Non è vero, anzi, tutto fu esaltante all’inizio. Alcuni giornalisti vennero persino al funerale di mia moglie, per chiedermi scusa per quello che avevano scritto”

Piatek? Appena arrivato a Genova ero convinto che l’avrei perso a fine stagione, mica subito. Pazienza, con un’offerta del genere non lo potevamo trattenere. E per quanto riguarda la Juve, più che per aver battuto i bianconeri sono felice per i tre punti, che ci servivano davvero tanto”

L’intervista completa sul Corriere dello Sport di oggi.